Nel suo spirito di apertura sulle diverse culture e lingue del mondo, il Festival di Fès delle musiche sacre del mondo ha proposto al pubblico presente in numero, il 10 giugno al Museo Batha, di scoprire i canti aramaici, siriaci e bizantini con la cantante libanese Abir Nehme. Musicologa avvertita che conosce bene le sottigliezze delle musiche sacre e del tarab libanese, Abir Nehme incarna l'emozione antica dei canti siriaci e della lingua aramaica che è considerata come una lingua in via di estinzione. Portata da una fede personale e da una passione della spiritualità, Abir Nehme tenta di far rivivere, attraverso il canto, questa lingua che prende le sue origini nell'Antichità. In effetti, l'aramaico che era la lingua parlata da Gesù Cristo ha finito per essere maggioritaria tra gli ebrei in Palestina e altrove nel Medio Oriente attorno al 200 d.C. e fino alla conquista araba nel 7° secolo. Con la sua voce angelica che spinge gli spiriti a errare al di là dei pensieri quotidiani, Abir Nehme ha magistralmente interpretato in aramaico e in arabo, dei pezzi che lodano il Cristo, la Vergine Maria e l'amore divino. Si tratta tra l'altro di «Halleluia», «Ya Maryam», o ancora, «Halel, Halel», dei titoli che ha tratto da un repertorio segnato dalla diversità cristiana, orientale e araba.
Animata dalla memoria estremamente viva di un Vicino-Oriente biblico, coniuga attraverso il suo canto passato e presente e attinge in una liturgia sacra e contemplativa. Portando in sé l'eredità vocale gregoriana e ortodossa, è anche costantemente in cerca di scoprire la ricchezza delle tradizioni del mondo pur restando profondamente attaccata alla sua tradizione. Rappresentando la tolleranza tra le religioni e un'apertura moderna rivolta verso idee di grandezza e di maestà universali, Abir Nehme ha concluso il suo notevole incontro con il pubblico del Festival di Fès con «Al'Taryak'Ito», un canto tradizionale siriaco estratto dal libro degli uffici religiosi «Shimo». Prima di Abir Nehme, il pubblico del Festival di Fès delle musiche sacre del mondo è stato soggiogato dalla prestazione di un'altra figura femminile, la mauritana Coumbane Mint Ely Warakane che si è esibita domenica 9 giugno al museo Batha. Degna erede dei grandi maestri dell'arte dei griot mauritani, Coumbane Mint Ely Warakane ha fatto vivere agli spettatori del Festival di Fès, un'esperienza acustica unica, alla scoperta dell'arte dei griot mauritani, quest'arte singolare e rappresentativa di una Mauritania che resta il legame tra l'Africa bianca e quella nera. Allo stesso tempo sapiente e classica, l'arte dei griot mauritani è l'espressione della cultura hassanide. Come ogni poesia tradizionale, è anche il frutto di una rivelazione e lo straordinario punto di convergenza tra l'universo arabo-berbero e l'universo nero dell'Africa dell'Ovest. Con la sua dolcezza carismatica e la sua voce grezza e appassionata, che diventa allucinata quando si intreccia con battiti di mani frenetici, Coumbane Mint Ely Warakane, ha lodato gli antichi dignitari delle tribù, evocando i guerrieri e gli accampamenti d'altri tempi. Cantando le poesie popolari in hassâniyya (arabo dialettale), e le poesie classiche come le vecchie «qasîdas», sorta di epopee in arabo classico, Coumbane Mint Ely Warakane è riuscita a incantare l'assistenza con una prestazione magica di cui lei sola detiene il segreto.
Il viaggio artistico del Festival di Fès delle musiche sacre del mondo è proseguito martedì 11 giugno con la cantante marocchina Aicha Redouane, che ha presentato al pubblico un progetto artistico intitolato «Aman, le acque». Appassionata della musica araba e del tarab, Aicha Redouane ritorna alle sue radici amazigh attraverso questo progetto che rappresenta secondo lei un omaggio ai suoi nonni che le hanno dato il loro amore e le hanno insegnato, con saggezza, il rispetto della vita. Dal vigore della montagna al dolce mormorio del ruscello, Aicha Redouane ha incantato il pubblico di Fès con il timbro affilato della sua voce, fragile e drammatica. Abitata dall'immensità montuosa dell'Atlante e dall'orgoglio delle declamazioni poetiche cantate dalle donne fiere amazigh, ha cantato con grazia e dolcezza, la purezza dell'acqua e della sua origine.
Fornitore/Fonte : Afaf Razouki, Le Matin